
"Tra gli animali, soprattutto i cani colpiscono lo straniero nel Tibet. Nelle case, accanto alle greggi o al lato delle carovane, il fedele compagno dell'uomo è un tipo di cane che, per la sua grande corporatura, la testa gigante e il pelo ispido, non ha eguali.”

I CANI DEL TIBET
Nei vasti territori tibetani sopravvive una leggendaria popolazione di grandi cani da guardia che ha accompagnato l’uomo nel corso dei millenni, legando indissolubilmente la sua natura a quelle remote contrade dalle estreme elevazioni e dalle somme esaltazioni mistiche. Elementi indispensabili all’esigenze di vita e di sopravvivenza quotidiana delle tribù nomadi e stanziali, questi animali, nella loro massima espressione morfologica, hanno attraversato la dimensione del sacro, assumendo i contorni di deità incarnate protagoniste delle più oscure pratiche della ritualistica religiosa lamaista.
Menzioni esplicite della loro presenza nelle selvagge lande ad ovest dei centri di potere della Cina dinastica, si rilevano a partire dal I millennio a.C., ma solo molto più tardi, con l’arrivo dei primi avventori italiani nel XIII e poi XVIII secolo, questi cani filogeneticamente apicali hanno iniziato ad essere conosciuti anche nel mondo occidentale. Nel corso del fervente Lungo Ottocento, la comunità scientifica e l’élite colta europea si sono ciclicamente interessate alle loro origini, natura e variabilità fenotipica e, pur non essendo riuscite a raggiungere delle reali conclusioni, hanno trasmesso un ponderoso retaggio documentale, oggi determinante per una profonda comprensione della più intima realtà territoriale di questi animali, e quindi per risolverne alcune apparenti contraddizioni. Determinante perché, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quella medesima realtà ha visto modificati alcuni dei suoi precari equilibri attraverso l’inurbamento di masse della popolazione locale e la trasformazione della relativa, secolare, struttura sociale, con una conseguente, parziale, destabilizzazione nella continuità nella selezione dei cani, fino a quel momento articolata ma comunque lineare.
Nella visione pratica del gruppo etnico tibetano, i grandi cani custodi vengono sommariamente suddivisi per categorie morfologiche, con un modello di riferimento standardizzato ed univoco che costituisce una vera e propria razza finale, da tempo oggetto di speculazioni, incomprensioni e desolanti ricostruzioni al di fuori del Tibet. Tale razza, plasmata, ambita ed inseguita dagli indigeni della maggioranza etnica, si è verosimilmente formata all’interno di una più primitiva varietà canina autoctona, ancora oggi stratificata in tutti i territori di competenza culturale tibetana, necessariamente di maggiore eterogeneità ma con caratteristiche comuni riconoscibili e, talvolta, uniche.
Tradizionalmente descritti con una successione di superlativi in patria e nei nutriti resoconti degli esploratori del passato, i grandi custodi dei pianori d’alta quota sono sempre caratterizzati da una corporatura robusta, con forte ossatura, neurocranio ampio, osso occipitale prominente, sottopelo abbondante, orecchie pendenti, coda portata fieramente ripiegata sulla schiena ed un carattere marcatamente funzionale al loro ruolo primario.


